Rossini in Libano

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Lo Stabat Mater al Festival di Baalbeck, nel Libano multiculturale che cerca di tornare agli antichi fasti.

In Libano il centenario rossiniano è stato ricordato con alcuni concerti durante l’anno e ha trovato un degnissimo coronamento con l’esecuzione dello Stabat Mater, alla quale è stata riservata la sezione dedicata alla musica classica nell’ambito del festival più antico e prestigioso: il Festival di Baalbeck. Nella meravigliosa cornice del Tempio di Bacco (il festival dal 1956 si svolge nell’imponente e ben conservato sito archeologico romano del I-III secolo, dichiarato Patrimonio del’Umanità dall’Unesco) venerdì 27 luglio sono risuonate le note del Pesarese grazie alle voci di Joyce El-Khoury (soprano), Daniela Barcellona (mezzosoprano), Paolo Fanale (tenore) e Krzysztof Bączyk (basso), accompagnati dall’Orchestra da Camera della Radio Rumena diretta dal maestro libanese Toufic Maatouk, con i cori dell’Università Antonina e della Notre Dame University. A conclusione della serata è stato eseguito il “Libera me domine” della Messa da Requiem di Verdi, in origine destinato a onorare il primo anniversario della morte di Rossini.

Il concerto è stato anche l’occasione da parte degli organizzatori per un ringraziamento all’Italia (presente l’ambasciatore Massimo Marotti), che in Libano svolge un ruolo come di grande potenza. Ricordiamo la presenza del nostro esercito nella missione Unifil –tornata ora sotto direzione italiana col generale Stefano Del Col – e i progetti milionari della Cooperazione Italiana, tra cui, proprio a Baalbeck, il restauro dell’immenso colonnato del Tempio di Giove. In effetti la collaborazione dell’Istituto Italiano di Cultura di Beirut e dell’Ambasciata d’Italia per diverse iniziative, e in particolare per questo Stabat Mater col Festival di Baalbeck, va ben al di là del semplice patrocinio e si configurerebbe meglio come co-produzione (possibile grazie ai fondi straordinari del progetto “Vivere all’Italiana”, stanziati dal governo Gentiloni per il trienno 2016-2018). La presenza in platea di importanti operatori musicali italiani, lascia inoltre presagire future collaborazioni.

Baalbeck si trova nella Bekaa, la valle a 900 metri di altitudine che attraversa il Libano da sud a nord tra i monti della Siria e la dorsale montuosa che la separa dal Mediterraneo. Il clima gradevolissimo ha favorito nei secoli l’insediamento umano, di cui si conservano antiche testimonianze, e l’agricoltura, dove trova posto innanzitutto l’apprezzata produzione di vino di qualità. Se vino, allora cristiani: il Libano è il paese del medio Oriente con la più alta percentuale di cristiani (40%) e questo ha avuto conseguenze evidenti in campo culturale e sociale. Ma Baalbeck spesso assurge agli onori della cronaca internazionale anche per essere la roccaforte di Hezbollah, il partito islamista sciita filo-iraniano, quantomai “di lotta e di governo”. Ci domandavamo allora se proporre qui un testo come quello dello Stabat Mater non fosse un po’ azzardato e come un ambiente di questo tipo potesse conciliarsi con il profilo culturale di un festival internazionale aperto sul mondo.

E invece, a quanto pare, si concilia benissimo: «Il Libano è un misto di culture e di comunità – ci dice la Presidente del Festival di Baalbeck Nayla De Freige– e noi ci consideriamo un laboratorio di convivenza per tutto il mondo, anche per l’Europa. Non penso che ci siano altri paesi con una presenza così ugualmente significativa di musulmani, sciiti e sunniti, cristiani di riti diversi, drusi, persone che vivono insieme favorite dal nostro particolare sistema istituzionale. Fondamentale è in questo senso il ruolo della cultura: la cultura incoraggia l’apertura, la ricchezza degli scambi e l’accettazione degli altri. Noi abbiamo molte e differenti culture che devono dialogare insieme, un dialogo che è anche tra cultura orientale e occidentale. Questi elementi si ritrovano nel Festival di Baalbeck, dando spazio a diversi generi musicali e dello spettacolo, che qui cerchiamo di rappresentare ai massimi livelli qualitativi in quanto ci consideriamo come Ambasciatori del Libano».

In effetti, scorrendo l’albo d’oro del Festival, almeno per i generi che possiamo conoscere (tralasciando cioè la musica, il teatro e la danza arabe) ritroviamo i più grandi nomi del panorama internazionale della musica classica, jazz, pop, rock, opera, danza, tanto che non è semplice sceglierne alcuni a titolo esemplificativo e ognuno può divertirsi a creare la propria “playing list” scorrendo l’archivio sul sito del festival. Allo stesso tempo, i repertori scelti non sembrano strizzare l’occhio a richiami di tipo commerciale o rincorrere una facile fruibilità (per esempio troviamo anche una Incoronazione di Poppea e musiche di Petrassi).

Ma anche qui la crisi economica si fa sentire e i finanziamenti pubblici sono in continua diminuzione (quest’anno –20%), per cui riproporre dei cartelloni analoghi alle produzioni del boom degli anni 1956-74 è sempre più difficile. Il festival inoltre ha dovuto subire le vicissitudini della delicata situazione geopolitica: fermo a causa della guerra civile libanese dal 1975 al 1996 e poi ancora nel 2006, con uno spostamento a Beirut nel 2013 per motivi di sicurezza. La guerra in Siria invece l’ha solo sfiorato: il 27 luglio 2017 il concerto di Ibrahim Maalouf si è tenuto ugualmente mentre a 40 chilometri di distanza l’esercito regolare da una parte e la milizia di Hezbollah dall’altra cacciavano l’Isis dal territorio Libanese. Tuttavia, anche senza i Berliner Philarmoniker (che vennero qui nel 1968, diretti naturalmente da Karajan) e senza avere in previsione l’allestimento di costose opere liriche (ultima la Traviata nel 2009), la qualità artistica è sempre elevata, come si evince dalla compagnia di canto dello Stabat Mater.

Il direttore d’orchestra Toufic Maatouk è un monaco di vita attiva dell’Ordine Antonino Maronita. E in effetti Padre Toufic è attivissimo in Libano e all’estero sia come direttore musicale sia come direttore artistico e collaboratore per alcuni festival. Su queste capacità organizzative e artistiche ha fatto leva il comitato del Festival di Baalbeck per la musica classica, che gli ha chiesto di occuparsi della produzione dello Stabat Mater. Maatouk prima si è assicurato il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura e dell’Ambasciata italiana e poi ha individuato gli artisti, grazie ai propri contatti. Il risultato è stato ottimo, con una compagnia di canto di livello internazionale bene amalgamata nelle sezioni concertate (come nei due quartetti, con orchestra e a cappella) e brillante nelle parti soliste, con Paolo Fanale, giustamente conteso dai migliori teatri del mondo e non solo dalle sue fan (pare che sia considerato un sex symbol della lirica), Daniela Barcellona, specialista nel ruolo, che aveva appena affrontato nell’unico paese al mondo che in Libano non si può citare, il soprano canadese di origini libanesi Joyce El-Khoury, che meriterebbe di essere ascoltata anche in Italia e il basso polacco Krzysztof Bączyk, di soli ventotto anni ma con una carriera già ottimamente avviata, che ha un nome difficile da ricordare, ma di cui ricorderemo a lungo l’interpretazione e la voce. Le compagini orchestrali e corali (Orchestra da Camera della Radio Rumena e i cori delle libanesi Università Antonina e Notre Dame University), non erano così rinomati come la compagnia di canto, ma sono comunque di un ottimo livello che permette loro di svolgere un’intensa attività nazionale e internazionale.

Unica nota stonata della serata è stata il canto del muezzin, che qua e là veniva a sovrapporsi con l’esecuzione. Ciò dava un bel color locale nei primi dieci secondi, ma poi francamente fastidioso nei tre minuti successivi. Però mi hanno fatto notare che da noi in Italia abbiamo lo stesso problema con le campane. Per il resto tutto bene organizzato e nessuna percezione di insicurezza.